Zanzibar: Spiagge bianchissime, un mare meraviglioso e una cultura multietnica

Zanzibar: Spiagge bianchissime, un mare meraviglioso e una cultura multietnica

Da sapere

Stato: Repubblica Unita di Tanzania

Capitale: Dar el Salaam

Lingua: Swahili e Inglese

Moneta: Scellino Tanzaniano TZS

Religione: Mussulmana

Quando andare

Il periodo migliore va da giugno a metà ottobre quando il clima è più secco e fresco; da metà gennaio a metà marzo è un periodo discreto con temperature elevate e clima un po’ umido; sconsigliati i mesi aprile maggio, periodo delle grandi piogge e novembre, periodo delle piccole piogge.

La temperatura dell’acqua non è mai inferiore ai 24 gradi.

Da portare in valigia

Creme solari ad alta protezione, costumi e occhiali da sole.

Scarpine di gomma per camminare in acqua durante la bassa marea.

Macchina fotografica con obiettivo standard (18-90) e macchina fotografica subacquea.

Consigli per la salute

Attenzione alle insolazioni.

 

Zanzibar è un paradiso tropicale che dal punto di vista geografico fa parte del continente africano anche se il suo passato ci racconta un’altra storia.

In origine vi abitavano popolazioni di origine Bantu, etnia africana; nel 15° secolo i portoghesi, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza, sono approdati in questo paradiso e ne hanno fatto una base per i loro scambi commerciali con L’Asia; nel 17° il Sultanato dell’Oman è subentrato ai portoghesi ed infine nel 19° secolo è stato un protettorato britannico.

Il risultato è un melting pot culturale unico nel suo genere che ha dato vita a una lingua, lo swahili, che è servito come un Esperanto, qui a Zanzibar e in tutta l’Africa Orientale, per consentire la comunicazione tra persone provenienti da diverse culture.

Oggi la popolazione di Zanzibar è il risultato di tutte queste dominazioni e scambi culturali e commerciali; e le influenze arabe, persiane, africane, cinesi e indiane le si trovano ovunque: nelle caratteristiche somatiche delle persone, nell’architettura, nella religione, nella cucina, ecc.

La popolazione è prevalentemente Bantu, le altre etnie presenti sono quella persiana, araba e infine indiana; il 97% della popolazione è mussulmana la parte restante si divide in cristiana e induista.

L’origine del nome “Zanzibar” deriva dal persiano “Zanj el-Barr” che significa “terra dei neri”, che sono stati i primi a vivere qui.

A dir la verità Zanzibar non è il nome di un’isola, come comunemente si pensa, ma di un intero arcipelago formato da due isole principali: Unguja, che viene solitamente chiamata Zanzibar, e Pemba; e una quarantina di isole minori.

Si trova nell’Oceano Indiano a 40 km dalle coste dell’ex Tanganica a cui è stata unita nel 1964 dando vita all’odierna Repubblica Unita della Tanzania.

Zanzibar (Unguja) è’ famosa per le sue magnifiche spiagge bianche, per l’ospitalità dei suoi abitanti, l’atmosfera rilassata e un clima caldo tutto l’anno.

Per la maggior parte dell’anno c’è il sole, la stagione delle piccole piogge è in ottobre e novembre mentre la stagione delle grandi piogge va da marzo a maggio, da luglio a settembre sono i mesi migliori per visitare quest’isola.

Le spiagge di Zanzibar attirano turisti da ogni parte del mondo, le migliori si trovano sulla costa orientale protette dal reef che si trova poco distante dalla costa.

Sono di piaggia bianchissima e il mare ha tutte le nuance dell’azzurro e turchese a est; sono interessate dal fenomeno delle maree: quando c’è la bassa marea l’acqua si ritira e le spiagge sono enormi, è possibile camminare fino alla barriera corallina con l’acqua del mare che al massimo arriva alle ginocchia, meglio indossare scarpine di gomma per proteggere i piedi dai coralli; è anche possibile noleggiare le biciclette e percorrere un lungo tratto di spiaggia, la sabbia è così compatta che sembra una strada.

Quando la marea sale le spiagge si ritirano e diventano una stretta striscia di sabbia edil mare è più mosso.

Per chi è alla ricerca del divertimento le spiagge migliori sono quelle più a nord, a Nungwi, qui ci sono diversi hotel e villaggi turistici; inoltre qui vengono costruiti tutti i dhow, imbarcazione di origine arabica, che si trovano sull’isola; anche Paje è molto animata, questa spiaggia è preferita da chi pratica kitesurf; a Matemwe c’è una bellissima spiaggia bianca e da qui partono le barche per andare a Mnemba, un’isola poco al largo dalla costa, per fare immersioni e snorkeling; a Jambiani c’è una bellissima spiaggia bianca orlata di palme; la penisola di Michamvi qui forse ci sono le spiagge più belle, poco frequentate e i resort più esclusivi.

Noi abbiamo scelto un resort nella penisola di Michamwi, sulla spiaggia di Bwejuu, votata dalla rivista Traveller come una delle 30 spiagge più belle al mondo; la spiaggia è bianchissima e deserta, la sabbia è compatta ed è piacevole fare lunghe passeggiate; l’acqua dell’Oceano Indiano è di un azzurro cristallino che lascia senza parole, in lontananza i vede la barriera corallina al di là della quale l’Oceano diventa di un blu intenso.

Il Breezes Beach Club & Spa è proprio sulla spiaggia, rispecchia il melting pot culturale dell’isola: la struttura delle parti comuni è tipicamente africana con alti tetti in paglia, mentre gli arredi sono di ispirazione araba e indiana, la reception e i locali hanno divani e sedute con grandi cuscini dai colori caldi.

Ci sono 4 ristoranti: il Salama dining room, il più grande, dove viene servita la colazione al mattino e la sera è il ristorante principale, ogni sera ha un tema differente; il The Sultans Table che offre cucina fusion indiana e swahili aperto solo alla sera, il The Tide un ristorante per solo 2 ospiti, sembra un padiglione di un palazzo di un maharaja direttamente sull’oceano ed infine il The Breakers Grill, uno snack bar aperto tutto il giorno.

Ci sono anche 4 bar: il Safari Bar in stile africano è perfetto per l’aperitivo o un drink dopocena, il Dhow Bar a bordo piscina aperto durante il giorno, il Baraza Bar che offre agli ospiti una selezione di sigari, whisky e liquori ed infine il Chai Room per il te nel pomeriggio.

Le camere degli ospiti sono in palazzine a 2 piani in stile coloniale in un giardino tropicale e rigoglioso, la nostra camera è una suite al piano superiore, è enorme e ha un terrazzo immenso con salotto e zona prendisole che da direttamente sull’oceano.

Anche se ci sono molti ospiti, gli spazi sono talmente ampi che si ha la sensazione che non ci sia nessuno, perfetto per chi come noi ha solo voglia di relax e non ama la folla.

Un servizio che abbiamo apprezzato tantissimo è stata la Frangipani Spa, il personale è indiano e balinese, sono bravissimi, ci siamo fatti coccolare più volte durante la nostra permanenza qui a Zanzibar.

Il resort offre anche un centro per gli sport acquatici e un servizio di auto con autista e guida per fare escursioni sull’isola.

Un giorno abbiamo preso un’auto per tutto il giorno e siamo andati prima a Stone Town e poi a Changuu Island.

La capitale è Zanzibar Town sulla costa ovest, il quartiere storico di Stone Town, che è patrimonio dell’umanità dell’Unesco, è il centro culturale dell’isola, qui sono ancora visibili le fortificazioni omanite e gli antichi palazzi dei sultani, ci sono moschee e chiese cristiane e le testimonianze dell’importanza commerciale del passato.

Gli edifici storici tradiscono le origini dei loro primi proprietari, alcuni hanno elementi architettonici arabi altri indiani, in particolare le porte in legno, che erano il simbolo della ricchezza e della posizione sociale della famiglia che abitava in quella casa, sono meravigliose, abbiamo fatto un giro per la città vecchia tra i vicoli a caccia delle più belle da fotografare.

Gli edifici di origine araba sono alti 2 o 3 piani e hanno la pianta quadrata con un cortile nella parte centrale con portici; mentre gli edifici in stile indiano sono più alti, al piano terra spesso ci sono dei negozi e le facciate con balconi molti decorati.

Le porte arabe hanno una forma quadrata e hanno disegni geometrici realizzati con borchie in ferro, alcune riportano versi del Corano mentre quelle indiane hanno una forma arrotondata nella parte alta, hanno decorazioni floreali e hanno spesso gli spuntoni in ferro sull’esterno per proteggerle dagli elefanti, anche se qui a Zanzibar non ci sono mai stati.

 E’ bello gironzolare senza meta per gli stretti vicoli acciottolati di Stone Town, ammirare i palazzi e i dettagli architettonici e cercare particolari da fotografare.

È molto interessante ed affascinante visitare il mercato, noi abbiamo iniziato il giro dal mercato del pesce, una piccola stanza sotto un portico dove tutte le mattine si svolge l’asta per il pesce pescato prima dell’alba, si può entrare e fare fotografie basta non intralciare troppo il loro lavoro; in pratica c’è un tavolo in granito su cui viene appoggiato il pesce che viene battuto, è tutto molto spartano.

Accanto c’è una stanza più grande e rettangolare, con i banchi dei venditori di pesce appena acquistato all’asta, i banchi sono costituiti da tavole di granito inclinate verso il centro della stanza dove è appoggiata la merce in vendita.

Proseguendo si arriva a una stanza più piccola dove vendono frutta e verdura, da qui si accede alla parte di mercato dedicata alla carne macellata secondo la tradizione mussulmana, la vista è un po’ impressionante, vendono proprio tutte le parti dell’animale, però si riescono a fare belle fotografie, l’unica cosa da fare però è chiedere sempre il permesso prima di scattare, le donne spesso rifiutano la foto oppure si coprono il volto, gli uomini sono un po’ più accondiscendenti ma spesso si voltano di spalle.

Alle spalle di questo portico c’è il mercato delle spezie e ancora frutta e verdura, ci sono dei frutti strani mai visti ma belli da fotografare, ci sono anche diversi tipi di banana, le usano non solo come frutta, alcuni tipi si usano per cucinare, ci sono alcune bancarelle che cucinano al momento improvvisando un ristorante di strada.

La parte più interessante di questa sezione per i turisti sono le bancarelle delle spezie dove si possono comprare a poco prezzo molte spezie prodotte sull’isola: Zanzibar è il maggior produttore al mondo di chiodi di garofano, inoltre si trova la noce moscata, la cannella, il pepe nero, cardamomo, la vaniglia e lo zenzero; inoltre, grazie alla presenza degli indiani, si trovano diversi tipi di curry utilizzabili per cucinare carne, pesce, verdure ecc; è possibile anche visitare una delle coltivazioni di spezie presenti sull’isola.

Abbiamo comprato un po’ di spezie per noi e anche da regalare; una cosa ci ha stupito positivamente, qui non usano quegli orrendi sacchettini di plastica nera che purtroppo vengono usati molto in tutta l’Africa e spesso li si vede abbandonati a bordo strada, qui usano dei sacchetti ecologici e biodegradabili, questo ci fa molti piacere.

Appena fuori dal mercato ci sono alcuni negozi che vendono sia parei per i turisti e i kanga che sono indossati dalle donne di Zanzibar; una cosa curiosa è che questi ultimi hanno stampati dei messaggi e le donne li comprano apposta per mandare dei messaggi ai mariti, perché sono troppo timide per dirlo a voce; i messaggi sono i più disparati da quelli più romantici a quelli più pratici.

Sempre in città vecchia siamo andati a visitare la cattedrale anglicana che era stata fatta costruire da i missionari tra cui Livingstone, fa un po’ specie trovare una chiesa che potrebbe essere benissimo in Scozia qui, proprio accanto a una moschea.

Dentro le pareti sono un po’ spoglie mentre l’altare ha dei pannelli di rame incisi, il rame è un materiali inusuale per una chiesa, erano stati portati qui dallo Zambia che ha grandi quantità di rame nel sottosuolo.

La cattedrale è stata eretta sul luogo dove c’era il mercato degli schiavi; Zanzibar ha avuto un ruolo importante nel commercio degli schiavi che ha avuto la sua massima espansione con la nascita dell’Islam, inoltre gli europei e le loro piantagioni a Reunion e Mauritius avevano bisogno di manodopera.

Inizialmente venivano catturati sulla costa, imbarcati e portati via mare in Arabia, Persia e nelle isole dell’Oceano Indiano; quando la domanda è cresciuta si sono spinti nell’entroterra fino al Malawi e al Congo.

Sotto il domino del Sultanato dell’Oman Zanzibar era diventata uno dei principali centri di smistamento, ogni anno transitavano da qui dai 10.000 ai 50.000 uomini ogni anno; considerando tutto il periodo di attività, fino a quando la schiavitù è stata abolita nel 1873, qui sono stati venduti 600.000 schiavi.

La tratta degli schiavi ha avuto ripercussioni sulla struttura sociale di tutta l’Africa Orientale, ha sconvolto la cultura e anche l’architettura dei villaggi che hanno iniziato a costruire mura e trincee di difesa.

Ora in questo luogo sono rimaste solo alcune celle sotterranee utilizzate per la detenzione degli schiavi in attesa di essere imbarcati, si possono visitare, sono spazi angusti e angoscianti, dev’essere stato un incubo essere rinchiusi qui sotto.

Poco lontano dalla cattedrale ci siamo trovati in una via con un po’ di negozi e gallerie d’arte che vendono in prevalenza quadri, visitiamo 2 negozi: Zanzibar Gallery e Memories of Zanzibar; vendono un po’ di tutto da souvenir di provenienza cinese a oggetti di artigianato come statue e maschere di legno, all’improvviso ci ricordiamo di essere in Africa, perché la maggior parte degli oggetti sono Maasai.

Poco distante c’è l’Old Fort, il forte omanita/portoghese costruito per difendere la città dagli attacchi provenienti dal mare, tre lati di Stone Town infatti sono sul mare e quindi in passato era esposta a pericolo.

Quello che resta del forte sono un pezzo di mura con quattro torrioni e due porte, è tutto annerito e all’interno non c’è altro che un prato e qualche bancarella; qui organizzano concerti ed eventi culturali.

Da qui si ha una vista sulla parte laterale di Beit El-Ajaib, La Casa delle Meraviglie, uno degli edifici più belli di Zanzibar, è stato costruito nel 1883 dal sultano Barghash come palazzo per le cerimonie; la flotta britannica lo ha bombardato nel 1896 nel tentativo di convincere il sultano ad abdicare; in seguito è stato ricostruito e il sultano ha riservato l’ultimo piano come sua residenza.

Fino a poco fa ospitava il Museo ma ha subito un crollo interno quindi ora è chiuso, si spera che i lavori di restauro inizino velocemente prima che si danneggi ulteriormente; la struttura dell’edificio sembra vittoriano inglese e sembra un po’ fuori luogo qui; la facciata principale si affaccia sul lungomare e lo si vede anche uscendo in barca nella baia.

Arriviamo sul lungomare, è stato rifatto da poco con aiuole e giardini; decidiamo di pranzare qui ai tavolini di un bar chiringuito direttamente sul mare.

Poco distante c’è una spiaggia dove sono stati tirati in secca dei barchini di legno con una copertura di tela blu, con della vernice bianca direttamente sulla tela sono stati scritti i nomi delle barche, fanno troppo ridere: Mr Bean, Tomb Raider, Gladiator, Facebook, ecc

Dopo pranzo abbiamo preso uno di quei barchini per andare a Chenguu Island, conosciuta anche come Prison Island, che è proprio di fronte a Stone Town; nonostante il mare qui sia chiuso è abbastanza mosso, a vederlo dalla costa non sembrava forse è anche perché sta salendo la marea.

Ci mettiamo 30 minuti per arrivare all’isola, siccome la marea non è ancora salita del tutto, non riusciamo ad avvicinarci alla scaletta per sbarcare e salire sul pontile, ma scendiamo direttamente dalla barca in spiaggia.

Qui il mare è meraviglioso, è di un turchese intenso, e dal pontile scattiamo un po’ di foto all’acqua e alla spiaggia ma anche al profilo di Stone Town all’orizzonte.

Qui, durante il periodo della tratta degli schiavi venivano incarcerati i ribelli, da qui il nome Prison Island, ma noi siamo venuti su questa isola con uno scopo ben preciso: le tartarughe.

Quasi 2 secoli fa una coppia di tartarughe giganti delle Seychelles erano state donate al Sultano di Zanzibar, non solo le due tartarughe sono ancora vive, ma hanno proliferato ed ora ci sono un centinaio di tartarughe giganti di tutte le età; vivono tutte in un giardino dell’unico hotel presente sull’isola; si può entrare a vederle pagando un biglietto, non sono per nulla intimorite dai visitatori, anzi vengono incontro alla ricerca di cibo, ovviamente è vietato dar loro qualunque cosa, fatta eccezione per dell’erba che viene distribuita dai ranger.

Facciamo un giro per il parco delle tartarughe e poi facciamo un giro dell’isola, è piccola, in mezz’ora la si gira tutta; facciamo tutto con calma facendo fotografie e poi torniamo verso il pontile.

La marea è salita molto, ora la spiaggetta non si vede quasi più e la barca che era stata tirata in secca sulla spiaggia ora è stata raggiunta dall’acqua.

Ci mettiamo in coda, c’è traffico con i barchini e quindi dobbiamo aspettare, la scaletta è una sola quindi devono avvicinarsi al pontile uno alla volta.

Torniamo a Stone Town, sul lungomare stanno iniziando a montare le bancarelle di cibo di strada per la  sera, ci dicono che tutte le sere qui c’è un gran movimento.

Noi prendiamo la macchina e torniamo verso il nostro resort, la strada principale passa attraverso qualche villaggio e la Foresta Jozani, l’unico tratto di foresta endemica ancora esistente, qui vive il Colobo Rosso, una scimmia che vive solo qui; a volte si vedono dalla strada, e noi siamo stati fortunati perché ne vediamo 3 sui rami degli alberi.

Abbiamo trascorso cinque giorni meravigliosi qui a Zanzibar: sole, mare, relax, buon cibo e gente ospitale e socievole; è il posto perfetto sia che si sia alla ricerca di una pausa dalla routine quotidiana, sia che si cerchi un po’ di relax dopo un viaggio di safari fotografici in Tanzania o nel resto del continente africano; in ogni caso Zanzibar stregherà ogni visitatore con il suo eterno fascino.

 

Altre foto delle spiagge di Zanzibar e di Stone Town

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti ricevuti { 1 }

  1. Avatar
    settembre 30, 2015

    Thanks alot : ) for your blog post.

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